Il commento del giornalista Valerio Porcu

valerio porcu

Valerio Porcu,

REDATTORE


Redattore Senior per Tom's Hardware Italia

Partner del gruppo editoriale l'Espresso

“ Giornalista. Scrivo di tecnologia, scienza, privacy, cinema e altri temi geek su Toms's Hardware Italia. Toms' Hardware è una testata pubblicata da purch.com e partner in Italia del Gruppo Editoriale L'Espresso. ”


Introduzione:

Ci sono cinque storie. Cinque funerali, cinque famiglie in lacrime. Cinque persone che hanno lasciato questo mondo, tre di loro piuttosto giovani e uno giovanissimo. Cinque decessi e un filo conduttore: se la nostra vita oggi è anche online o nei dispositivi elettronici che usiamo, lo è anche la morte. E per il momento Internet, in questi casi, riesce a peggiorare parecchio le cose.

Una volta alla fine delle conversazioni online ci si salutava dicendo "buona RL". Significa "buona vita reale", e sottintende una separazione piuttosto netta tra le due esistenze. Forse una volta era davvero così, ma oggi la vita è tornate a essere solo una. Del tutto reale, del tutto concreta. Su Facebook e Twitter siamo la stessa persona che cena con gli amici il venerdì sera, e le cose che ci hanno venduto Apple o Microsoft sono nostre esattamente come ciò che compriamo al negozio sotto casa. Dovrebbero esserlo, vorremmo che lo fossero – quelli di noi che sono consapevoli di come stanno le cose.

Dovrebbe essere ovvio, allora, che la parte online della nostra vita sia trattata come quella tradizionale, con lo stesso rispetto e la stessa delicatezza verso i familiari, gli amici, e il loro dolore. E allora, com'è normale, dovremmo pensare al futuro, fare testamento per evitare che i figli litighino per dividersi i nostri averi, o per decidere a chi donare la nostra collezione di orrenda musica pop.

Ma, allo stesso tempo, dovremmo poter dare per scontate certe cose: che il nostro Io Digitale sarà rispettato nella morte dalle persone e dalle istituzioni, e che le sue proprietà passino automaticamente ai nostri eredi. Dovrebbe essere ovvio, ma ci sono quattro storie che dimostrano il contrario.


Cinque storie:

Hollie Gazzard La prima storia si svolge a Gloucester, in Galles. Visto il luogo, probabilmente pioveva il 13 febbraio 2014. Hollie Gazzard aveva quasi finito la sua giornata di lavoro, in un salone di bellezza. E probabilmente non erano giorni allegri per lei, visto che la sua storia con Ashley Maslin era finita poco prima di San Valentino. Una di quelle cose che ti fanno dire "che rogna".

Maslin però non si limitò a maledire la cattiva sorte. Entrò nel salone di bellezza e accoltellò Hollie, 22 anni all'epoca dei fatti, riducendola in fin di vita. Sarebbe morta poco dopo in ospedale, e non avrebbe mai saputo che lui sarebbe stato condannato all'ergastolo. Il giudice descrisse le sue azioni come uno"spietato omicidio".

Come poteva una ragazza di 22 anni preoccuparsi di cosa sarebbe accaduto dopo la sua morte al suo profilo Facebook? Come poteva immaginare che suo padre avrebbe dovuto lottare strenuamente con Facebook, per convincere la società statunitense a togliere dalla pagina di Hollie le foto che la ritraevano sorridente con il suo assassino.

È successo che Facebook ha fatto del profilo di Hollie un mausoleo virtuale, con una procedura che si chiama memorializing. Dopo questo passaggio niente e nessuno può modificare una pagina, secondo le regole che Facebook si è data – evidentemente senza consultarsi con chi di perdite ne sapeva qualcosa.

Così invece Nick Gazzard, il padre di Hollie, ha dovuto mettere in pedi una campagna internazionale per far fronte al rifiuto da parte di Facebook. Ha raccolto il sostegno di 11.500 persone per renderlo possibile, e nel novembre 2015 ha ottenuto la sua vittoria.

Becky Palmer Anche la seconda storia viene dal Regno Unito, da una cittadina che si chiama Kingswinford. Qui vive Louise Palmer, che nel 2012 aveva 47 anni e affrontava la perdita della figlia Becky, morta a 19 anni per un tumore al cervello.

Negli ultimi mesi di vita Becky e Louise entravano insieme su Facebook, nell'account della figlia. La madre scriveva e leggeva, cose che per la figlia erano diventate quasi impossibili a causa della malattia. Dopo la morte di Becky, Louise ha continua a entrare, cercando un po' di conforto nella lettura dei vecchi messaggi.

Solo per un po', fino a che Facebook non ha reso la pagina un memoriale, bloccando del tutto l'accesso alla madre. E così facendo l'ha colpita di nuovo, riaprendo una ferita che non aveva ancora smesso di sanguinare.

"Non posso credere che Facebook possa essere così senza cuore e sconsiderata. La perdita della mia unica figlia è stata devastante. Ma almeno nei momenti più duri potevo entrare nel suo account Facebook e leggere i suoi messaggi, ricordandola come la ragazza piena di vita che era", ha detto al Daily Mail.

Daniel Rey Wolfe La terza storia viene da Tulsa, Oklahoma, Stati Uniti. Qui viveva l'ex Marine Daniel Rey Wolfe, che nel maggio 2014 cede alla depressione e decide di suicidarsi recidendosi l'arteria femorale. E, sublime simbolo della nostra epoca, decide di documentare il tutto su Facebook. Chi vede le immagini del corpo sanguinante cerca di intervenire, ma nessuno arriva in tempo.

Poi famiglia ed ex-commilitoni chiedono a Facebook ti togliere quelle immagini, ma la risposta della società è agghiacciante. Quella stessa società che non tollera un seno troppo esposto, né opere d'arte stampate sui libri di scuola.

La le foto di Daniel, secondo Facebook, rientrano nella categoria "richieste di aiuto". Nasconderle significherebbe proprio zittire tale richiesta. Così chi ha chiesto di toglierle ha ricevuto la solita risposta automatica, inviata da un computer il cui compito è evitare che ci sia vero contatto tra le persone – il che trattandosi di Facebook è quantomeno ironico. Quelle foto non violano le nostre politiche e non offendono il pubblico, arrivederci e grazie. Ma poi, a forza di insistere e puntare i piedi, Facebook l'ha capita e le foto sono state rimosse.

Peggy Bush La quarta storia è un po' meno drammatica e viene dal Canadama da un punto vicinissimo agli Stati Uniti. La protagonista è Peggy Bush, il cui marito è mancato per cause naturali. Le buone maniere ci impongono di supporre che lei sia una simpatica vecchietta e che abbia avuto un matrimonio felice fino all'ultimo.

Ciò che c'interessa è che Peggy, 72 anni, dopo aver superato il lutto ha pensato di poter continuare a usare l'iPad e il computer Mac che avevano in casa. Voleva usare un gioco, in particolare, che ha smesso di funzionare. La figlia le consiglia, saggiamente, di cancellare l'app e riscaricarla, ma ecco l'ostacolo.

Peggy ha scoperto che oltre al codice PIN per sbloccare il tablet ci voleva anche la password dell'account Apple del marito, che lui, sbadatamente, si era portato nella tomba.

Sembrava un'ovvietà chiederla ad Apple. Dopotutto una vedova ha diritto alla pensione di reversibilità, alla casa, all'auto e a tutto il resto. Perché l'account Apple dovrebbe essere diverso? Non ci è dato saperlo, ma sta di fatto che ad Apple non è bastata una richiesta informale né il certificato di morte. Hanno chiesto l'ordine di un giudice. Uno di quelli che vengono emessi per autorizzare indagini su un criminale. Beh, in effetti non sappiamo quanto sia pericolosa la signora Bush, o quali catastrofi possa causare giocando con il suo iPad.

Sta di fatto che se gli oggetti sono suoi, a Peggy non è riconosciuto il diritto sulle applicazioni comprate dal marito. Peggy, se vuole continuare a giocare, dovrà farsi un proprio account e ricomprarle. La vicenda risale a gennaio 2016, e per ora non è ancora conclusa – ma è facile immaginare che alla fine Apple si lascerà convincere. Anche se non si può escludere la possibilità che Peggy segua suo marito, e magari i figli dovranno ricominciare tutta la trafila.

Leonardo Fabbretti L'ultima storia è anche la più recente ed è tutta italiana. Riguarda Dama Fabbretti, ucciso da un osteosarcoma ancora adolescente. Il padre Leonardo vorrebbe accendere e sbloccare l'iPhone del figlio, per potere vedere e salvare le ultime fotografie, gli ultimi messaggi del figlio che non potrà più abbracciare.

Non ci sarebbe nemmeno un problema di privacy, perché Dama aveva registrato l'impronta digitale del padre sul suo smartphone, così Leonardo poteva sbloccarlo in qualsiasi momento. Ma dopo un ravvio o spegnimento bisogna mettere il codice numerico, e quello Leonardo non lo conosce.

Inutili le richieste fatte ad Apple, e probabilmente sarà inutile anche un'eventuale denuncia – ammesso e non concesso che Leonardo decida davvero di procedere legalmente come ha suggerito in una recente intervista. Visto che nemmeno l'FBI sembra avere l'autorità per sbloccare un iPhone protetto da codice PIN, cosa mai potrebbe fare un padre di Foligno? Gli facciamo i migliori auguri, ma forse per lui non ci sono soluzioni; per chi vuole mettersi al sicuro da situazioni simili, invece, una possibile risposta invece c'è.


Morte e burocrazia, tutto da rifare:

Internet ha reso tante cose più semplici, ma morire è diventato parecchio più complicato.

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La morte di una persona cara, per i familiari, è resa doppiamente dolorosa dal fatto di dover gestire tutte le pratiche burocratiche. Faccende che vanno sbrigate in fretta, e che di certo non ci aiutano a superare il lutto. E se c'era anche una vita digitale, è tutto tremendamente più difficile.

Ma non bisogna cadere nella trappola luddista, e cadere nella tentazione di criticare tutta la modernità, tutta la tecnologia. Si finirebbe nel triste, noioso e inutile "si stava meglio quando si stava peggio". Il cambiamento delle nostre vite non è evitabile, non si torna indietro, e va bene così.

Queste quattro storie ci raccontano però che alcuni cambiamenti vanno gestiti con molta, molta attenzione.

Il fatto è che nella morte di un familiare o di un amico, siamo oggi costretti ad avere a che fare con questi nuovi colossi internazionali. Più grandi e più potenti di molti stati, hanno regole proprie, che non sono fondate – nemmeno teoricamente – sul benessere dei loro cittadini o sul rispetto dei loro diritti.

Facebook, Apple, Microsoft, Amazon, Google. È con loro che dobbiamo avere a che fare per chiedere di cancellare una foto, di prendere possesso di un'eredità virtuale, di rispettare come è dovuto noi e le persone che sono venute a mancare.

Secondo molti esperti questa questione sta diventando un problema sempre più grande. E al momento non ci sono vere risposte. Queste aziende semplicemente non sono tenute a rispettare nessuna regola in questi casi. Facebook fa del profilo personale un mausoleo che rischia di diventare uno scherzo di cattivo gusto, e gli altri semplicemente non riconoscono l'idea che esista un erede per la vita digitale di una persona. Nel caso di Apple, almeno, è anche scritto nell'accordo di licenza.

Quando compriamo un oggetto in un negozio, non è come comprare un'app da Apple, un libro da Amazon, un film da Microsoft o un album musicale da Google. Il verbo è lo stesso (e quello linguistico sarebbe il primo dei problemi da affrontare), ma nel primo caso veniamo in possesso di qualcosa che possiamo lasciare in eredità. Nel secondo, invece, è più che altro un noleggio a lungo termine.

L'app o il film non sono veramente nostri, e non si possono lasciare in eredità. Per questo Peggy Bush ha avuto quei problemi con Apple per avere la password del marito: Apple non voleva riconoscere a lei il diritto sulle proprietà digitali del marito, né è tenuta a farlo legalmente. Facebook non è tenuta a rispettare le richieste di un padre che soffre per la figlia uccisa brutalmente, o quelle di una madre straziata, o quelle dei familiari di un uomo che ha ceduto al peso della depressione.

Non c'è una vera soluzione definitiva a questi problemi, e non ci sarà fino a che non ci saranno leggi, nazionali e internazionali, che obbligheranno queste aziende a comportarsi in un certo modo. Forse non succederà mai, e anche se dovesse succedere non è detto che queste multinazionali rispettino le leggi che si vogliano imporre loro.

Però qualcosa si può fare. Si può usare Box Tomorrow per creare una vera e propria eredità digitale. Vi si possono conservare password e proprietà digitali di ogni genere, segreti, messaggi. E si possono nominare una o più persone che lo potranno aprire dopo la nostra morte. Un gesto semplice, che però può significare davvero molto per le persone che resteranno in questo mondo dopo di noi.

Valerio Porcu

Risposta dell'avvocato

Francesco La Russa

Per certi versi, il diritto è sempre esistito, fin dall'alba dei tempi dell'uomo. Il diritto si traduce concretamente nelle norme. Le norme sono, in linea di massima, regole. Le regole esistono (probabilmente da sempre) anche (e direi soprattutto) per il mondo fisico, ancor prima che per quello umano (che è comunque sua parte integrante!). Volenti o nolenti, tendiamo naturalmente (e, mi vien da dire, per fortuna) a regolarizzare la nostra vita, soprattutto quella sociale. Il diritto civile italiano affonda le sue radici nell'epoca romana. Istituti quali (ad esempio) quello della successione per causa di morte sono stati in gran parte “ricopiati” dal diritto romano, riadattandoli ai giorni nostri. Dopotutto l'evento morte è stato e sempre sarà sempre identico. Centinaia di anni di perfezionamento e affinamento del diritto ereditario non dovevano andare sprecati. Cambia la società, il modo di pensare dell'uomo, il costume, ecc., ma non cambia l'evento morte. Il diritto, come l'uomo, però, conosce l'evoluzione dei mezzi tecnologici. L'ha conosciuta in passato e continua a conoscerla oggi. Com'è intuibile da quanto sopra detto, gli istituti giuridici sono potenzialmente “adattabili” al caso concreto di qualunque epoca. Ma questo processo di adattamento richiede tempo. Ancor di più, si complica la faccenda se si pensa al mondo di internet. In un mondo che tende a non avere alcun confine territoriale, quale diritto dovrò applicare? Teoricamente, potrebbe essere possibile rintracciare la risposta a questa domanda. Ma sarà concretamente perseguibile? Per esempio, se dovrò fare causa a Facebook dall'Italia e, per ipotesi, risulti competente il giudice italiano, non sarà comunque una passeggiata: oltre ai tempi della giustizia italiana, ulteriori ed innumerevoli problemi verrebbero a galla. Quale legge sarà applicabile? La legge della California (dove ha sede Facebook)? Ipotizziamo sia così. Resta però opportuno applicare alcune leggi c.d. di applicazione necessaria interne all'ordinamento italiano. Pensiamo, quindi, al Giudice italiano che si trovi a dover coordinare delle norme che non conosce (quelle straniere) a delle norme italiane (di applicazione necessaria).

Questo, come minimo, comporterebbe un aggravio dei tempi della giustizia (già eccessivi), per non parlare dei costi! Anche giungendo a sentenza (passata in giudicato) si dovrebbe poi procedere con l'esecuzione. E qui, molto probabilmente, non si potrà evitare il giudice del luogo in cui ha sede la società! E non è detto che non nascano problemi con riferimento al titolo esecutivo (la sentenza), rischiando di dover tornare indietro (dal giudice italiano). Se poi, invece, risulti competente il giudice straniero… basti solo dire che servirà un capitale per tentare di far valere le proprie ragioni. Teoricamente la strada potrebbe tracciarsi. Trattasi però di una strada estremamente difficile e quasi praticamente impercorribile. Non a caso la prima giurisprudenza a riguardo è quasi interamente degli Stati Uniti, luogo dove hanno sede le grandi società di internet, e coinvolge principalmente cittadini statunitensi. In questa fase di “limbo” , però, non mancano di certo i modi per tutelarsi. Se il nostro scopo è quello di tramandare, dopo la nostra morte, il patrimonio digitale, si devono (a mio parere) percorrere due strade parallele.

La prima è anzitutto quella di utilizzare servizi quali BoxTomorrow che permettono di trasferire file di ogni genere (compresi file di testo contenenti password di accesso ai nostri svariati account online) a dei soggetti designati (chiamiamoli pure “eredi”). Con il sistema di cifratura utilizzato, tra l'altro, sarà difficile “deviarne” il contenuto ad altri soggetti, anche indicati da un eventuale giudice, così rendendo molto difficile di fatto la violazione della volontà del de cuius.

La seconda strada (possibilmente, e per motivi tecnici, da perseguire dopo la prima) è quella di riferirsi al proprio legale/notaio di fiducia purché esperto della materia, così da rintracciare un'ulteriore via conforme al diritto.

La combinazione tra loro delle due strade aumenterà notevolmente le probabilità di tutela “concreta” del defunto. Se anche la soluzione giuridica, proposta dall'esperto, risulti di fatto – dopo la nostra morte - difficilmente attuabile, ci sarà comunque BoxTomorrow a garantirla “praticamente”. E viceversa. Non ci resta, poi, che sperare che il legislatore (nazionale o sovranazionale) trovi una soluzione definitiva a questo problema, possibilmente prima della fine dei nostri giorni!

Francesco La Russa è nato a Palermo, classe 1986. Perito informatico. Laurea in Giurisprudenza conseguita presso l'Ateneo di Padova. Diploma di scuola di specializzazione nelle professioni legali conseguito presso l'università di Trento e Verona. Attualmente dottorando in diritto privato (argomenti di tesi: successione ereditaria nel patrimonio digitale) iscritto presso l'Ateneo di Padova.

  • Tutor junior nella Scuola di Giurisprudenza - Treviso/Padova.
  • Co-autore del Commentario breve al diritto civile - Cian/Trabucchi.
  • Avvocato iscritto presso l'Ordine di Rovigo.